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martedì, Giugno 28, 2022

Le carceri italiane hanno bisogno di giustizia

La riforma delle giustizia deve molto alla Ministra Cartabia che ha introdotto emendamenti importanti su un testo già redatto a suo tempo dal ministro Bonafede. L’obiettivo della riforma, è quello di velocizzare la durata dei processi in primis e conseguentemente evitare l’affollamento carcerario introducendo pene alternative come i lavori socialmente utili. Altro scopo è quello di aiutare chi ha commesso un reato a percepirsi come una persona da reinserire piuttosto che un reietto senza scampo.

Fin qui tutto giusto, ma evitare l’ingresso in prigione non basta. Non tutti possono evitare l’istituto di pena e occorre creare per i detenuti un ambiente almeno decente se proprio risulta difficile dare vita ad luoghi salubri e aperti alla formazione professionale.

In Italia l’articolo 27 terzo comma della nostra Costituzione dichiara: Le pene devono tendere alla rieducazione del condannato” ma questo articolo nel nostro paese ma non ha ottenuto eco. La politica da decenni non si rende conto e finge di non rendersi conto che la situazione delle carceri italiane è drammatica (aggravata ora dalla pandemia) e non permette nessuna riabilitazione.

La recente visita della Ministra Cartabia con il premier Draghi alle carceri di Santa Maria Capua a Vetere dopo i fatti drammatici accaduti all’interno dell’istituto, certo ha sortito qualche effetto e ha fatto nascere la voglia di ristrutturare e adeguare il corpo della polizia penitenziaria, ma resterà solo un sano proposito o si tramuterà in realtà?

Le carceri italiane sono inferni quotidiani

Gli istituti penitenziari sono afflitti da carenza di personale, cedimenti strutturali, sovraffollamento, celle che a suo tempo sono state concepite per ospitare un detenuto oggi ne ospitano almeno tre se non addirittura quattro.

Le aree dei servizi igienici dispongono di docce e sanitari inferiori rispetto al numero necessario per garantire pulizie e docce calde. I tagli effettuati in questo ultimo ventennio dai vari Ministeri della Giustizia, indifferentemente dal loro colore, hanno reso la vita carceraria al limite della sopravvivenza. Non possono essere effettuati i normali interventi di manutenzione, mancano la carta igienica e le posate di plastica, di cui ogni detenuto deve dotarsi a sue spese e non tutti i detenuti hanno il denaro per acquistarle.

Le attività ludiche o lavorative riscuotono sempre meno interesse considerando che la diaria attualmente è ridotta a meno di un euro l’ora e qualora fosse più gratificante non ci sarebbe comunque personale sufficiente per garantire la necessaria vigilanza nei luoghi di lavoro.

Personale ridotto e sull’orlo della crisi di nervi

In ogni sezione, viene impiegato un numero di agenti inferiori a quelli previsti, con tutto quello che ne consegue per la loro incolumità personale e la sicurezza dell’istituto. Il personale di vigilanza è quindi numericamente inadeguato per assicurare un servizio funzionale e questo deficit comporta turni di lavoro massacranti.

Sia che l’istituto ospiti gli imputati di reati minori, reati contro il patrimonio vedi furti o borseggi o piccolo spaccio sia che invece vi siano detenuti sottoposti al regime di 41 bis appartenenti alla criminalità organizzata , l’effettiva operatività è di molto ridotta rispetto a quella necessaria.

Questo deficit incide naturalmente sull’orario di lavoro, con molte ore di straordinario a fronte di una retribuzione mensile non allineata ai rischi che si corrono. Al giorno d’oggi fare l’agente di polizia penitenziaria è un mestiere a rischio esaurimento fisico e mentale, che si manifesta tra le tante reazioni con crollo della motivazione e del senso d’efficacia, distanza emotiva dal proprio compito e la comparsa di freddezza, cinismo e distacco. In poche parole grandi depressioni che hanno portato alcuni agenti a togliersi la vita o al peggio a reazione aggressive e violente a danno degli stessi detenuti.

In sintesi le carceri italiane assomigliano oggi all’inferno dantesco e tra le tante celebrazioni per i 700 anni dalla morte di Dante, non sarebbe male far leggere l’inferno della Divina Commedia all’interno di una prigione, dove mai il contesto fu più vicino a quando cantato dal sommo poeta, riservando come sempre la prima fila ai vertici della politica italiana.

Valentina Roselli
Valentina Roselli
Laureata in Scienze Politiche, giornalista, ha iniziato come cronista per importanti testate nazionali e locali, ha collaborato con alcuni periodici di attualità occupandosi di politica ed è stata direttrice editoriale del quotidiano "Notizie Nazionali". Negli ultimi anni ha lavorato come ghostwriter e ha collaborato ad inchieste giornalistiche di attualità per radio e tv online.

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